Lawrence d’Arabia – David lean (1962, 222 min.)

La storia dell’ufficiale inglese T.E. Lawrence, scelto alla vigilia della prima guerra mondiale per aiutare gli arabi nella loro rivolta contro il regime turco, allo scopo di risolvere il conflitto a vantaggio del governo inglese, che aspirava al controlo del canale di Suez e della regione dell’Arabia.

Lawrence, interpretato da uno straordinario Peter O’Toole, è un personaggio ambiguo ed affascinante, un uomo colto e raffinato, con una grande passione per la musica e la letteratura, più un esteta che un militare.

Il regista David Lean, con grande maestria, riesce a realizzare un kolossal grandioso e spettacolare senza rinunciare ad una profonda analisi psicologica del protagonista e del suo carattere inquieto e tormentato; un’inquietudine, quella di Lawrence, che lo spinge a misurarsi in imprese rischiose, per non dire impossibili, e ad affrontare di volta in volta prove fisiche sempre più estreme.

Lawrence guida gli arabi alla presa di Akaba

Egli è consapevole, come lo sono del resto coloro che lo circondano, della sua straordinarietà e del proprio valore, e questa consapevolezza si tramuta spesso e volentieri in presunzione e avventatezza nello sfidare la Storia e il destino.

L’eccezionalità di Lawrence è fonte di sentimenti molto contrastanti nel corso del film: gli arabi e lo sceriffo Alì (Omar Sharif) guardano a lui come ad un maestro, ad un condottiero, se non addirittura come ad un profeta; i suoi superiori e i politici vedono nel suo individualismo una minaccia ai propri interessi; i giornali e l’opinione pubblica lo considerano un eroe.

Per Lawrence, invece, la propria straordinarietà è fonte di angoscia e tormento, due sentimenti che lo spingono a ricercare sovente la compagnia del deserto, il cui silenzio immerso in una luce accecante diventa una metafora della solitudine del personaggio, agitato da sogni ed ideali che non vengono compresi da nessuno, neppure dallo spettatore.

Non è dato capire, infatti, se egli sia fino in fondo un idealista e un sognatore o se si presti consapevolmente come strumento per le macchinazioni politiche ed economiche degli inglesi: un’ambiguità che viene creata volutamente nel film e che accentua il fascino enigmatico del personaggio.

È curioso che nel film non compaia alcun personaggio femminile e che l’unica scena a sfondo sessuale veda Lawrence seviziato e torturato per ordine di un ufficiale turco, invaghitosi della sua carnagione candida e dei suoi occhi azzurri.

A mio avviso, l’assenza della sessualità di Lawrence è funzionale nel film a sottolineare la sua diversità rispetto agli altri personaggi, tutti più o meno schiavi delle proprie passioni (l’oro, il potere, la gloria…), e a renderlo più simile ad un santo che ad un essere umano: egli ha orrore del sangue e della violenza, non teme la morte, non soffre per le ferite e anzi sembra provare un piacere quasi sadomasochistico nell’infliggere sofferenze al proprio corpo.

Questa sorta di sadomasochismo, che lo contraddistingue in numerosi momenti del film, deriva dalla sua volontà di superarsi, di eccedere i limiti umani, sfidando il destino e la Storia, nella ferma convinzione che “niente è scritto”.

Eppure, quello stesso destino sul quale Lawrence è riuscito più volte a trionfare, compiendo imprese proibitive, lo priverà della vita in una circostanza banale, quando, tornato in Inghilterra, morirà in un incidente motociclistico (nella sequenza che apre il film).

Questa circostanza conferisce drammaticità al personaggio e lo eleva ad una dimensione quasi tragica, avvicinandolo agli eroi e alle grandi personalità del passato le cui vite vennero prematuramente spezzate dalla fatalità.

Con “Lawrence d’Arabia” David Lean realizza una perfetta fusione tra la Storia, con i suoi eventi più significativi, e l’intimità dei personaggi che l’attraversano, con una sensibilità che ritroveremo nel successivo “Il dottor Zivago”, un grandioso affresco non solo della storia della Russia, ma anche di quella personale di Jurij e Lara.

Completano il film la bellissima colonna sonora di Maurice Jarre, epica e struggente, e la splendida fotografia di Fred Young, capace di restituire sul grande schermo la magia dell’Oriente e il fascino ambiguo del deserto, e che rendono “Lawrence”, una volta di più, un classico intramontabile.

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